lunedì 28 gennaio 2013

Swinging London! by Matt




 

Con questo speciale made in Newtopia, il mio obbiettivo è dare uno “sfondo” concreto a una scena musicale molto celebre e conosciuta. Sto parlando degli anni ’60, gli anni dei Beatles, degli Stones, dei Kinks, Who e chi più ne ha, più ne metta. Sono gli anni della Beat Generation, del Rock’n’Roll e della British Invasion.

Siamo abituati ad ascoltare questi grandi gruppi del passato, ma li guardiamo con occhio storico, come fossero delle reliquie, per quanto importanti… Ma sinceramente, vi è mai capitato di chiedervi come fosse vivere quegli anni o vivere in prima persona la nascita e l’ascesa di questi veri e propri pezzi di storia? Beh, qualunque sia la risposta, oggi vi parlo di Londra negli anni ‘60, in particolare della seconda metà degli anni ’60. Siamo nella ‘Swinging London!
Innanzitutto, perché la chiamiamo ‘Swinging’? Il termine tradotto in italiano significa ‘oscillante’, e le è stato attribuito perché nei 60s Londra sembrava oscillare, muoversi, orientarsi, per meglio captare quelle che erano le mode del momento. In realtà, era la capitale inglese stessa a dettare legge nel campo della moda, essendo la città più trendy del mondo.
L’associazione di parole Swinging-London compare per la prima volta sulla rivista di moda ‘Vogue’ nel 1965, ma il suo vero battesimo avviene con il numero del 15 aprile ’66 del magazine americano TIME. Proprio il fatto che una copertina e l’articolo principale di uno dei maggiori giornali statunitensi sia dedicata alla Londra di quegli anni mostra come la città fosse considerata il centro della moda mondiale.


Mary Quant
La rivoluzione parte innanzitutto dai giovani e dalla volontà di staccarsi dal passato: i colori grigi degli abiti da ufficio dei genitori vengono rimpiazzati dai coloratissimi e sgargianti abiti in pvc, e allo stesso modo, anche la Londra grigia ed industriale del secondo dopo guerra si tinge di colori, anche a livello di ambientazioni. Nell’ambito della rivoluzione nell’abbigliamento, non possiamo che citare una delle icone della moda inglese, Mary Quant, l’inventrice della mini gonna. Mary aprì un celebre negozio in King’s Road, chiamato Bazar, molto all’avanguardia, che era la base creativa delle sue mini-skirts. La particolarità dei negozi di abbigliamento di questi anni era che fossero degli attivi centri di produzione: i proprietari erano spesso sarti, quindi creavano e vendevano i loro capi nello stesso negozio, diventando così nel loro piccolo delle vere e proprie fabbriche di moda. Bazar non era esattamente un negozio a buon mercato, ma iniziano velocemente ad aprire a Carnaby Street numerosi negozi di questo tipo, ma molto meno “expensive”, come Granny Takes a Trip, Biba o Vince (dove lavora come modello anche un giovanissimo Sean Connery).
Vidal Sassoon (centro)
Altra icona degli anni Swingin fu Vidal Sassoon, giovane parrucchiere di origine modesta che riuscì ad arricchirsi al punto di riuscire ad aprire una catena di negozi intitolati a suo nome. Vidal fu l’inventore del celebre taglio “alla Beatles”, il classico caschetto a taglio netto.

In una Londra dominata dalla moda, altre due figure assumono un ruolo importantissimo: quella della modella e chiaramente quella del fotografo.
Si diffonde lo stereotipo di bellezza legato a figure magre, dai capelli lunghi o con il caschetto, alla stregua dell’anoressicismo, come Veruschka o Twiggy, ritratte spesso in pose provocanti e mezze nude. Parlando di fotografi, in una realtà legata così fortemente all’apparenza e all’aspetto, il fotografo gioca un ruolo chiave, rappresentando spesso la rampa di lancio per molte giovani. Il principale e forse più famoso fu David Bailey, altro self-made man proveniente dalla low-class.

Possiamo quindi dire che le fotografie rimpiazzino i quadri, diventando una nuova forma d’arte molto più a buon mercato ed accessibile al grande pubblico.


Veruschka
 Il fatto che persone di estrazione sociale molto bassa come Bailey o Sassoon abbiano raggiunto tale popolarità ci fa capire un altro aspetto essenziale dei giovani della Londra Swinging. Le riforme sociali portate avanti dai governi labouristi negli anni ’50 hanno permesso anche ai giovani di classe medio-bassa di emergere dai sobborghi dell’East End, e di avere per esempio accesso a università meno costose rispetto a Oxford e Cambridge (le nuove Red-Brick Universities) e di frequentare ambienti più cool come quelli di Carnaby, spesso arrivandoci tentando la fortuna come fotografi, attori o modelli, e talvolta riuscendoci.
Twiggy
Sotto alcuni aspetti, Londra anticipa di qualche anno l’ondata hippie che invaderà gli USA successivamente: questi nuovi giovani “istruiti” arrivano ben presto a prendere coscienza del loro stato e a manifestare forme di protesta nei confronti delle istituzione, sia tramite comportamenti sia con manifestazioni vere e proprie.
I movimenti femministi si fanno più forti e influenti: la nuova donna lavora, fuma e rappresenta la città più famosa del mondo (anche una celebre pubblicità delle Lucky Strikes di quegli anni raffigurante una donna fumare fece molto scalpore); allo stesso tempo, la vita per i ragazzi diventa orientata al divertimento più puro e sfrenato: vivere alla giornata e con una nuova concezione dell’amore molto più libertino, senza relazioni troppo serie e senza impegni. L’utilizzo diffuso di droghe diventa comune tra i giovani, da normalissimi spinelli a droghe allucinogene o hashish.


La rivoluzione sessuale è portata avanti anche dall’avvento delle pillole contraccettive e dalle pratiche dell’aborto, spesso praticate comunque di nascosto, ma che permettono appunto di portare avanti questo stile di vita più sfrenato.
Un altro aspetto che si fa strada in questi anni, in perfetta armonia con lo stile di vita libertino in voga, è l’apertura verso l’Oriente e le religioni buddhiste, che concepiscono in modo differente l’amore, fornendo vie d’interpretazione più consone rispetto al Cristianesimo. In realtà, parlandoci chiaro, si tratta anche qui di un fenomeno di moda del momento.

Tanto per capirci, contestualizziamo in tutto ciò i Beatles in quegli anni: prima passano dalla fase “capelli a caschetto” (pieno stile Sassoon); con la celebrità iniziano ad investire il proprio capitale della Apple arrivando ad aprire anche un negozio di abbigliamento (= centri di moda); a metà degli anni ’60 sbarcano negli USA come pionieri della British Invasion (= icona di moda nel mondo); e prima dello scioglimento sperimentano i ritiri spirituali in India, che li avvicina alla psichedelia e alle droghe allucinogene. Vedete? Tutto torna.

In Italia, la Swinging London era presentata ai telegiornali e in programmi tv, ma spesso senza renderne giustizia, essendo trasmessa in bianco e nero, togliendo quindi il cruciale aspetto dei colori, e non facendoci quindi comprendere pienamente cosa stesse capitando.
Oltre che a documentari visibili sul web, ci sono alcuni film che forniscono una perfetta istantanea dell’epoca Swinging. Ve ne cito due, entrambi a colori, quindi molto rappresentativi.

Il primo è Blow-Up (1966) del celebre regista italiano, premio nobel, Michelangelo Antonioni. Parla di un giovane fotografo in ascesa, Thomas, che vive la vita alla giornata, andando a letto con tutte le modelle che fotografa (nel film appare anche Verushka), bevendo a volontà ed andando a concerti rock, che però ad un certo punto si ritrova a fotografare un omicidio. Questo lo porta a riflettere sulla sua vita e sull’importanza delle cose. Il film è stato girato a Londra, riconosciuta come la città più alla moda del mondo, e ci mostra a livello visivo tutti gli aspetti caratteristici dello Swing, addirittura esaltandoli, visto che Antonioni ha voluto ridipingere alcuni palazzi e colorare ulteriormente gli abiti. L’attore che interpreta Thomas è David Hemmings, perfetto esempio rappresentante dei canoni di bellezza di quegli anni.

Caine in 'Alfie'
Il secondo è Alfie (1966) di Alan Gilbert. Alfie è un giovane autista, single, vero e proprio playboy, con una donna diversa ogni sera. Incontra però lungo il percorso alcuni incidenti (una gravidanza, un presunto tumore e qualche sentimento un po’ più forte del mero piacere di una semplice scappatella) che lo portano a riflettere sul suo stile di vita sregolato. Il film ha anche quindi un po’ un valore di morale, mostrando alcune conseguenze di questo libertinaggio sfrenato. Alfie è interpretato da Michael Caine, altra icona stereotipata della SL, che da qui lancia la sua carriera in alto, portandolo fino ai giorni nostri, dove interpreta Alfred, il maggiordomo di Batman, nella recente trilogia diretta da Christopher Nolan. E’ possibile che conosciate un remake del film, datato 2004, ma ambientato a New York e reinterpretato in chiave moderna, con Jude Law come attore protagonista.

Alla fine degli anni ’60, tutto svanisce però. La moda, in continuo movimento, si sposta negli USA e a Parigi, lasciando quasi Londra in disparte fino all’avvento del punk nel ’77. Possiamo quasi vedere la cosa coincidere con la fine dei Beatles, scioltisi ufficialmente nel 1970.

Vedendo anche il video che vi posterò di seguito, osservando alcune scene del loro celebre ultimo concerto sul tetto della Apple Records a Londra, possiamo leggere una certa finzione negli atti dei poliziotti. I poliziotti che intervengono sono in realtà solo attori nel film, che tendono anche a ridersela mentre entrano nell’edificio per andare a fermare i Fab4. Un po’, per così dire, tutta Londra decide di fermarsi. Di smettere di oscillare, di cessare la finzione e questa vita un po’ superficiale, lasciando ora agli americani il piacere di sperimentarla. E così, dopo quasi dieci anni sulla cresta dell’onda, Londra passa momentaneamente in secondo piano, così come la sua band più rappresentativa, forse di sempre, esce definitivamente dalle scene.

 Cosa ci è rimasto di quegli anni? Beh, direi che leggendo il tutto, la domanda sia completamente retorica. Sono stati anni fondamentali non solo per la musica, ma per la cultura giovanile, e tutt’ora ne risentiamo l’influenza molto chiaramente.


Somewhere in my mind, the beat goes on…”
 
Fonte: Paolo Caponi, "Swinging London!"

mercoledì 16 gennaio 2013

All The Unknown Beauty: Rubber Soul - The Beatles by Giuse


PREMESSA:
È importante che leggiate questa introduzione.
Premetto che le mie analisi avranno come unico scopo quello di segnalare in modo soggettivo quali canzoni ho sempre sottovalutato ma che in realtà meritano molto di più rispetto all'anonimato in cui galleggiano, quindi non intendo fare recensioni varie, poiché potrei perdermi nei meandri della musica e delle sue armoniose sfumature. Non seguirò un ordine logico o cronologico ma semplicemente mi baserò su ciò che mi hanno trasmesso gli album.

Ed eccoci qui, a poco più di un mese dopo "Let It Be" (cliccate per visualizzare il precedente articolo) arriva il tanto promesso "Rubber Soul".
L'album fu registrato nell'autunno del 1965 in sole quattro settimane, al termine di un tour negli Stati Uniti apertosi il 15 agosto di quell'anno con la storica esibizione allo Shea Stadium di New York. A soli quattro mesi dall'uscita di "Help!" fu pubblicato nel Regno Unito, in tempo per le festività natalizie, più precisamente il 3 dicembre. Di Rubber Soul solitamente si discute se sia l'ultimo album della fase giovanile del gruppo o il primo del loro periodo maturo. Vari argomenti supportano entrambe le opinioni; però non ci sono dubbi sul fatto che Rubber Soul sia un grande LP, quasi certamente il migliore fino a questo momento(1965), di certo è molto più "cosciente" e coeso di "Help!", sebbene non del tutto immune dai difetti di quest'ultimo e di "Beatles For Sale".
A mio parere Rubber Soul è il primo album del loro periodo maturo e le motivazioni si possono intuire nel prossimo paragrafo.

Il forsennato ritmo imposto da Brian Epstein e George Martin (4 singoli e 2 album all'anno) incide molto sul risultato finale, che causa l'inclusione di brani che i Beatles avrebbero certamente preferito non inserire nella tracklist. In buona parte dell'album, tuttavia, la loro evoluzione verso una nuova direzione artistica, cercata a tentoni nei due LP precedenti, è affrontata con nuova sicurezza e ritrovata coerenza.
La vera rivoluzione però è rappresentata dal fatto che in Rubber Soul i Beatles hanno inserito più testi interessanti di quanti ne avessero piazzati nei cinque album precedenti.


Finora i Beatles avevano sempre confessato di dare poca importanza ai testi; soltanto Lennon aveva sporadicamente inserito la componente autobiografica in alcune sue canzoni ( I'm A Loser, Help!). La scelta di concentrarsi anche sulle parole costituisce una svolta epocale nel percorso artistico dei Beatles, perchè tale approccio è fondamentale per poter esprimere attraverso la musica le proprie sensazioni. Dal punto di vista musicale, in Rubber Soul il tratto più significativo nel contesto della carriera dei Beatles è la cosidetta "considerazione" di McCartney come bassista: anche se Paul aveva già composto alcuni accompagnamenti interessanti (soprattutto frasi di walking bass, come in "All My Loving","Tell Me Why ","Eight Days A Week"), a partire da Rubber Soul le sue linee di basso costituiranno con sempre maggiore regolarità uno degli elementi più interessanti del tessuto sonoro dei Fab Four.

In fine possiamo dire che quest'album rappresenta indiscutibilmente un salto di qualità nella produzione beatlesiana. Per Rubber Soul furono utilizzate tecniche di registrazione innovative, poi evolutesi nelle moderne forme di missaggio elettronico e digitale.



Qulache dato:

Pubblicazione:
PCS 3075 (LP Stereo): 3 dicembre 1965.
Formato: LP 33 giri.

La classifica dei 500 migliori album di tutti i tempi stilata dalla rivista Rolling Stone colloca "Rubber Soul" al posto.



Tracklist:

LATO A

1.Drive My Car (Lennon/McCartney)                       
2.Norwegian Wood (This Bird Has Flown) (Lennon/McCartney)
3.You Won't See Me (Lennon/McCartney)
4.Nowhere Man (Lennon/McCartney)                         
5.Think For Yourself (Harrison)                          
6.The Word (Lennon/McCartney)
7.Michelle (Lennon/McCartney)                          

LATO B

1.What Goes On (Lennon/McCartney/Starkey)               
2.Girl (Lennon/McCartney)                          
3.I'm Looking Through You (Lennon/McCartney)             
4.In My Life (Lennon/McCartney)                     
5.Wait (Lennon/McCartney)                             
6.If I Needed Someone (Harrison)                        
7.Run For Your Life (Lennon/McCartney)


Prima di analizzare il così detto fattore "All The Unknown Beauty" facciamo un breve recaps sulla paternità delle tracce per non fare confusione.

A Lennon si devono:

Norwegian Wood (This Bird Has Flown), un ballata che  parla di avventure extraconiugali.
Nowhere Man, in cui l'autore cerca di raccontare i propri tormenti interiori.
La ballata Girl.
Run For Your Life, che ha avuto poca fortuna.
  Fra i veri capolavori dell'album è senz'altro da citare:
In My Life, scritta durante un viaggio in autobus da casa sua verso il centro di Liverpool.
 In questa canzone si intravedono i primi segni di carattere nostalgico che in seguito caratterizzeranno la particolare geografia beatlesiana, ripercorribile fra la "Penny Lane" e i campi di fragole di "Strawberry Fields Forever".

A Paul McCartney, invece,  si devono l'accattivante rock di Drive My Car e la coppia You Won't See Me e I'm Looking Through You, che testimonia secondo molti il periodo di crisi affettiva del bassista dei Beatles con la fidanzata storica Jane Asher.
A McCartney si deve anche quello che è probabilmente il brano più celebre dell'album, Michelle, in cui piacevoli e malinconici giri di accordi accompagnano un testo da love song arricchito dall'espediente romantico di versi in francese. La canzone The Word fu dichiaratamente scritta in coppia da McCartney e Lennon e si può leggere tra il tema dell'amore adolescenziale espresso nel periodo precedente e quello universale della maturità.
Think for Yourself e If I Needed Someone, invece, sono scritte e interpretate quasi in veste di solista  da George Harrison.
What Goes On, presumibilmente composta da Lennon, è cantata da Ringo Starr.




Durante l'ascolto di quest'album ho riassaporato classici intramontabili come  Drive My Car, Norwegian Wood, Michelle, Girl e In My Life. Ma ho trovato la giusta armonia e l'essenza di quest'album anche in altre tracce come: What Goes On, I'm Looking Through You, Wait, If I Needed Someone, Nowhere Man.


♫ What Goes On
Il suo abbozzo iniziale è una delle primissime composizioni di John Lennon e risale addirittura ai tempi dei Quarry Men; questo ripescaggio fa capire quanto i Beatles fossero a corto di materiale per rispettare la scadenza del secondo album del 1965.

Il contributo di McCartney non è chiaro, però è possibile che McCartney fornì una nuova strofa o modificò in modo radicale la strofa originale. Ciò deve essere avvenuto nel 1962 o 1963, dato che i Beatles nel '63 sottoposero la canzone a George Martin, e fu proprio Paul a fargliela ascoltare. A quanto pare il produttore non rimase particolarmente impressionato.
"What Goes On" è anche l'unico brano accreditato Lennon/McCartney/Starkey (Richard Starkey è il vero nome di Ringo Starr, che qui per la prima volta compare come autore).
Ringo all'epoca si lamentava di non riuscire a comporre canzoni, nel senso che i brani che sottoponeva ai suoi compagni risultavano sistematicamente essere plagi inconsapevoli. È molto probabile che Starr abbia contribuito al testo, e in qualche modo, anche alla parte musicale.

"What Goes On" viene considerata dalla critica come un riempitivo sufficientemente spensierato da strappare un sorriso, ma la sua collocazione come apertura del lato B del disco è una scelta infelice, nel contesto dell'album beatlesiano probabilmente peggio compilato come sequenza di brani.
Io credo che riesca a strappare molto più di un sorriso e la sua posizione per quanto infelice introduce nel modo migliore possibile la traccia successiva, "Girl".



♫ I'm Looking Through You
In questo brano Paul “mette” in musica la proprio realzione con Jane Asher, ma lo stesso album contiene un'altra canzoni dedicata alle difficoltà del loro spigoloso rapporto, come: "You Won’t See Me". "I’m Looking Trough You", racconta le difficoltà che la tournée della Asher a Bristol stava causando alla coppia (il riferimento è nel verso "The only difference/Is you're down there").
Anche se la loro relazione proseguirà fino al 1968 (con fidanzamento ufficiale nel 1967), Rubber Soul rappresenta l'ultima ondata dell'ispirazione di Jane per Paul, con la sola, splendida eccezione di "Here There And Everywhere", che conferma come i migliori brani scaturiti da questa fonte siano quelli più sereni: "And I Love Her", "Things We Said Today", "Here There and Everywhere".

Sebbene McCartney abbia ammesso che la canzone sia frutto di un'arrabbiatura momentanea, egli investì molto tempo per inciderla, sia in confronto agli altri brani di Rubber Soul, sia considerato il fatto che si trattava di un riempitivo, e neppure dei migliori secondo tanti.
"I'm Looking Through You" richiese addirittura 4 giorni separati di lavoro, durante il primo dei quali la canzone era più morbida e priva del bridge, ed eseguita nella tonalità di Sol Maggiore. Fortunatamente la canzone divenne più alta (di un semitono), più pesante e più veloce, pur restando calorosamente acustica in uno stile che a mio parere ricorda un po' le tracce di "Beatles For Sale".
La breve introduzione in 3/4 prende di sorpresa l'ascoltatore all'attacco del brano: un effetto che forse i Beatles cercarono di ottenere in  vari modi prima di arrivare a questo risultato. La prima edizione americana in mono di Rubber Soul, che non usa il vero mix mono del brano ma combina i due canali stereo, contiene una falsa partenza di chitarra che mostra un diverso tentativo di iniziare il brano in modo altrettanto curioso.


♫ Wait
Questo brano fu registrato per "Help!", ma venne scartato all'ultimo momento forse in favore di Dizzy Miss Lizzy. Wait trovò un posticino in Rubber Soul ma la canzone era talmente considerata un riempitivo che i Beatles non si diedero nemmeno la pena di reinciderla, ma si limitarono ad aggiungere qualche ritocco al nastro registrato a giugno.Vennero aggiunte le percussioni tipiche di Rubber Soul e con la chitarra suonata con il pedale del volume, "Wait" fa comunque una decorosa figura nell'album, benchè rimanga una canzone talmente insignificante che nessuno si è occupato per tempo di sapere chi l'avesse scritta, prima che la
morte di Lennon e i decenni rendessero l'impresa impossibile.

Si può però affermare che la strofa, dal pigro movimento cromatico, sembra rivelare più la mano di Lennon, almeno dal punto di vista musicale, mentre il più vivace ritornello è maggiormente nello stile di McCartney; d'altra parte le due sezioni sono talmente concatenate da rendere possibile qualsiasi ipotesi. Paul però rivelò che la canzone fu composta alle Bahamas durante la lavorazione del film "Help!", in presenza dell'attore ed ex bambino prodigio Brandon De Wilde, che era molto interessato all'attività di scrittura dei Beatles. In seguito a questa dichiarazione, riportata da Barry Miles, McCartney aggiunse di "non ricordare" un particolare contributo di John, ma che potrebbe anche sbagliarsi.
Il testo è sufficientemente neutro da poter essere attribuito sia a John, sia a Paul (le tematiche di "When I Get Home" di Lennon e "All My Loving" di McCartney, giusto per limitarci a un paio di esempi, sono simili) ed ha il suo momento migliore nell'eroica offerta di rinuncia espressa nella seconda strofa, prima di ripiombare in una sequenza di luoghi comuni che tocca il suo culmine nel middle eight. L'arrangiamento, sorprendentemente "vuoto", è funzionale, e presenta un insolito ma efficacemente drammatico finale in diminuendo.



♫ If I Needed Someone
Abbiamo parlato di Paul, di John e di Ringo, mi sembra giusto parlare anche George. è la prima canzone di Harrison ad essere inclusa nei concerti dei Beatles (per quei pochi che resteranno dato il gruppo cesserà l'attività live il 29 agosto '66, pochi mesi dopo l'uscita di Rubber Soul).
"If I Needed Someone"è un brano molto diverso dagli altri scritti in precedenza dall'autore, mancano le tipiche progressioni di Harrison e questo rendere il pezzo decisamente orecchiabile la cui atmosfera anticipa vagamente la più amroniosa e matura "Here Come The Sun".

Come in molte delle composizioni più aggraziate di Harrison, la melodia misolidia in La diventa presto un po' noiosa, e il più ruvido bridge in Si minore viene accolto con sollievo dopo la strofa di 8 battute. Dichiaratamente una canzone chitarristica, "If I Needed Someone" ha un profondo debito verso gli scampanellanti arpeggi dei Byrds, in particolare quelli di "The Bells Of Rhymney", contenuta sull'album "Mr. Tambourine Man", uscito nel giugno del 1965. Roger McGuinn, chitarrista dei Byrds, apprezzò l'omaggio: del resto a loro volta i Byrds erano stati molto influenzati dal lavoro di chitarra di Harrison nell'album "A Hard Day's Night".

Forse anche per il suo testo probabilmente sincero, ma di fatto quasi identico a quello di "Another Girl", George non era particolarmente fiero di "If I Needed Someone": nella sua biografia del 1980, "I Me Mine", la liquida velocemente come "una canzone come un milione di altre scritta intorno all'accordo di Re". Eppure fu la prima, in ordine di composizione, tra le sue canzoni per i Beatles che incluse in alcuni suoi spettacoli live da solista, tra cui il celebre Live In Japan del 1991.





♫ Nowhere Man è una canzone-confessione di Lennon, caratterizzata da una scelta di accordi semplici. L'origine del brano è piuttosto famosa:
La deadline (scadenza) per il completamento di Rubber Soul era vicina e Lennon non riusciva a scrivere un pezzo degno di nota; una sera cercando invano di scrivere qualcosa decise di lasciar perdere ed esausto si coricò sul letto, da quel punto la sua immaginazione fece tutto il resto, Lennon pensò a sè come un uomo inesistente, sperduto nella sua casa isolata di Weybridge, ed ecco che la canzone si completò, testo e musica.

Il testo di "Nowhere Man" potrebbe essere considerato il primo dei Beatles a non contenere traccia di coinvolgimento sentimentale, ed è stato inizialmente inteso da molti come una critica al conformismo della generazione precedente, e un invito a coltivare la propria personalità anche a dispetto delle convenzioni sociali. Ma nella famigerata intervista a Maureen Cleave (per chi non lo sapesse quella della dichiarazione "I Beatles sono più popolari di Gesù"), Lennon chiarì l'equivoco, rivelando che in realtà la canzone era autobiografica, e l'argomento, era lontano dall'essere un'esortazione generazionale, era una semplice constatazione personale della propria indolenza, come sarebbe stata la successiva "I'm Only Sleeping".

Questa interpretazione sbagliata probabilmente ha contribuito a procurare a "Nowhere Man" parte dell'ammirazione, che il brano ha guadagnato e mantenuto nel corso degli anni. Con la sua dolente melodia discendente e ben tre ripetizioni del bridge, "Nowhere Man" è un brano insolitamente azzimato per gli standard di Lennon. Possiamo cercare altri motivi per cui "Nowhere Man" divenne popolare nell'arrangiamento e nella produzione, tra i migliori dell'album: oltre alle incantevoli armonie vocali, il brano presenta anche un'ottima parte di basso e uno splendido assolo di chitarra, registrato con  gli acuti estremamente brillanti, ottenuti attraverso procedure pionieristiche per l'epoca.

Così tanto arricchita e "addobbata" da nascondere qualche difetto, compreso il tono vagamente accusatorio di alcuni versi (isn't he a bit like you and me?), che ricorda l'analogo atteggiamento di Harrison in "Within You Without You" (are you one of them?), ma comunque divenne un singolo di grande fama in molti paesi, raggiungendo addirittura la prima posizione nelle classifiche canadesi e la terza in quelle statunitense.



Informazioni prese da documenti cartacei e siti online tra cui la maggior fonte:
"Pepperland"   --> http://www.pepperland.it/
Spero di esser stato abbastanza esaustivo e di aver suscitato il vostro interesse; esprimete pure i vostri giudizi ed aiutatemi a migliorare la mia rubrica; Scrivete e visitate la nostra pagina facebook "Newtopia" grazie.
-Giuse

giovedì 6 dicembre 2012

All The Unknown Beauty: Let It Be - The Beatles by Giuse

In questa rubrica vi farò fare un viaggio molto particolare, un viaggio attraverso gli anni '60 (più precisamente dal 1963 al 1970).
Chi di voi non conosce i The Beatles?
John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr sono stati i membri, della band che ha cambiato le regole, della stella che ha folgorato le scene della musica "pop" del periodo. Quattro semplici ragazzi provenienti da quattro vite ordinarie che...okay ma questa è la solita storiella che potete leggere ovunque. Il mio scopo è ben diverso: desidero farvi conoscere quelle canzoni che per loro sfortuna non hanno sfondato come tante altre, e che in realtà meritavano di essere considerate poichè parte integrante del percorso musicale della band.
In questo periodo ho intrapreso io stesso questo viaggio, ed ho scoperto canzoni fantastiche, piacevoli, a cui mi sono molto affezionato.

Premetto che le mie analisi avranno come unico scopo quello di segnalare in modo soggettivo quali canzoni ho sempre sottovalutato ma che in realtà meritano molto di più rispetto all'anonimato in cui galleggiano, quindi non intendo fare recensioni varie, poichè potrei perdermi nei meandri della musica e delle sue armoniose sfumature.
Non seguirò un ordine logico o cronologico ma semplicemente mi baserò su ciò che mi hanno trasmesso gli album.

La prima "issue" tratta l'ultimo album in studio dei Fab4, Let It Be.
L'idea originale di McCartney, era di registrare un album dal vivo, riprenderne le sedute d'incisione per trarre un film/documentario, e concludere il tutto con uno spettacolare concerto in un anfiteatro greco, o su un transatlantico. Ma lo scisma dei Beatles, le tensioni anche di natura finanziaria, che di lì a poco avrebbero distrutto anche la loro amicizia, oltre al loro sodalizio musicale, erano ormai ad un livello troppo avanzato perchè il progetto potesse funzionare.
Parlando delle canzoni dell'album possiamo dire che Paul McCartney fornisce senz'altro i brani migliori come "Get Back" e "Let It Be" per le questioni relative al testo, "The Long And Winding Road" anche per quelle relative all'arrangiamento.

Qulache dato:

Pubblicazione:
Box Set: 8 maggio 1970
Formato: LP 33 giri

La rivista Rolling Stone ha inserito "Let It Be" al 392° posto della sua lista dei 500 migliori album

Tracklist:

LATO A

1.Two Of Us (Lennon/McCartney)
2.Dig A Pony (Lennon/McCartney)
3.Across The Universe (Lennon/McCartney)
4.I Me Mine (Harrison)
5.Dig It (Lennon/McCartney/Harrison/Starkey)
6.Let It Be (Lennon/McCartney)
7.Maggie Mae (Tradizionale, arrangiato da Lennon/McCartney/Harrison/Starkey)


LATO B

1.I've Got A Feeling (Lennon/McCartney)
2.One After 909 (Lennon/McCartney)
3.The Long And Winding Road (Lennon/McCartney)
4.For You Blue (Harrison)
5.Get Back (Lennon/McCartney)



Come tutti voi saprete i pezzi più celebri di quest'album sono: "Let it be", "The Long And Winding Road", "Get Back e Across The Universe".
Chi di voi non conosce già questi 4 pezzi molto probabilmente ha sbagliato a cliccare e si trova in questa rubrica per sbaglio.

Mi sono bastati pochi ascolti per capire che la validità di quest'album parte dalle prime due canzoni.
"Two of Us"
Con la sua rilassata sentimentalità costituisce un inizio azzeccato, benchè illusoriamente, promettente per l'album "Let It Be".

"Dig A Pony"
Una canzone che coinvolge molto anche se i testi sono tendenzialmente privi di significato. Non mancano alcune citazioni gustose, ad esempio il riferimento a Mick Jagger (il verso che inizia con "I roll a stoney") ed uno a Bob Dylan: "I feel the wind blow". L'unico verso chiaro è senza dubbio "all I want is you", il che chiarisce definitivamente a chi è dedicata la canzone: Yoko Ono, ormai prossima a diventare la signora Lennon.


Ma trovo che anche il duo "I've Got A Feeling" e "One After 909"  dia un tocco speciale all'album.

"I've Got A Feeling"
L'unica vera collaborazione Lennon/McCartney per l'album Let It Be è in realtà l'unione di due frammenti scritti separatamente dai due autori. L'intelaiatura è basata su due accordi ed è speculare a quella di "A Day in the Life". La parte di McCartney, eseguita in modo molto passionale, è una canzone d'amore per Linda, la sensazione che mi trasmette il brano è quella che l'autore abbia trovato la persona giusta con cui condividere la sua vita.
La parte cantata da Lennon si incastra in modo perfetto, armonicamente parlando, ma è molto distante dalla dolce sequenza di McCartney come significato - Everybody had a hard year/Everybody had a good time - .

"One After 909"
Questo pezzo rock fu scritto da un giovanissimo Lennon forse nel 1957. Esistono varie registrazioni(1960/62/63).
Il testo contiene un chiaro riferimento al numero 9, numero favorito di Lennon (presente anche in Revolution 9 e #9 Dream), è funzionale alla musica, ma non banale.
One After 909 è un pezzo "di altri tempi" ma prende le distanze dal suono early 60ies delle versioni sopraccitate in favore di una sonorità tipicamente '70, con le sue voci in armonie strette, era un pezzo molto divertente da cantare, e il gusto che Lennon e McCartney provano nell'esecuzione è evidente e contagioso. 
Ancora nel '94 Paul confermava: "magari non sarà una gran canzone, ma è una delle mie preferite".

Posso dire che Let It Be è un buon album, seppur figlio di un periodo molto controverso,che presenta veramente delle belle tracce al suo interno.Tuttavia non rende alla perfezione il concetto di album, non esiste infatti quella coesione che si è quasi sempre verificata nei lavori dei fab4.
Esiste una versione "Naked", uscita nel 2003 che secondo McCartney assomiglia maggiormente al progetto iniziale dell'album.

Informazioni prese da documenti cartacei e siti online tra cui la maggior fonte
"Pepperland"  ---> http://www.pepperland.it/
Spero vi possa esser stato d'aiuto e che vi sia venuta voglia di ascoltare queste 4 canzoni, la prossima volta argomenterò l'album "Rubber Soul".
-Giuse



venerdì 9 novembre 2012

The Doors: l'incidente di Miami


Siamo nel 1969. I Doors di Jim Morrison sono all’apice della carriera. Il primo marzo di quell’anno si verificò un episodio celebre, nel bene o nel male, nella storia della band, il cosiddetto “Incidente di Miami”.

Quella sera, la band aveva in programma uno show al Dinner Key Auditorium di Miami, la cui capienza stimata (e legalmente consentita) era di 7000 persone. Il fatto che effettivamente invece ci fossero 12000 spettatori, rappresentava un primo problema.
Morrison quel giorno aveva perso alcune coincidenze aeree ed era in ritardo per lo show di più di un’ora, e tanto per cambiare vi si presenta completamente ubriaco, avendo bevuto per quasi tutta la giornata.
La folla scoppia sul tanto atteso attacco di “Back door man”, ma il buon Jim sembra cantare assorto, non pare molto interessato al marasma di fans in delirio per lui: è questo l’inizio di una delle serate più controverse della storia della band, che ha quasi portato al deraglio dei quattro. Morrison inizia a rivolgersi alla folla con frasi come “Amatemi, non ce la posso fare senza il vostro amore, datemi un po’ di amore”. Si riparte con “Five to one” ma durante l’assolo di Krieger, Jim riprende: “Siete un branco di fottuti idioti”. Qui il pubblico scoppia in un applauso e in una risata generale, e il Re

Lucertola incalza “Lasciate che vi si dica cosa fare, lasciate che vi comandino a bacchetta” e poi prosegue in questa direzione, dando degli schiavi [del sistema] alla crowd, che in risposta inizia ad agitarsi seriamente. A fine assolo, Morrison riprende il brano e lo canta fino alla fine. E qui riparte con la predica, spiegando che non incita una rivoluzione, una manifestazione, ma chiede solo di amarsi tutti a vicenda, di divertirsi tutti insieme, mentre la band tenta di fermarlo attaccando “Touch me”, che dopo due soli versi viene nuovamente interrotta da Jim, che non riesce a stare dietro la canzone e si incazza. Riprovano ad attaccarla, ma niente. Si prosegue allora  con “Love me two times” e “When the music’s over”, ma nel break centrale del pezzo Jim riparte con dialoghi con il pubblico, continui incitamenti all’amore della folla e raccontando la storia della sua vita dalla nascita, per poi nuovamente tornare al controllare le scuole e il mondo, e incitare nuovamente l’amore e le danze più sfrenate. Con il front man ormai fuori controllo, la band attacca “Light my fire”, all’interno della quale si riparte con la predica. Durante tutto ciò c’è anche stato spazio per una fan che lava Morrison con dello champagne, facendogli togliere la maglia. Da qui, Jim incita anche alla nudità, usa la maglia per coprirsi all’altezza dell’inguine e fa strani movimenti con la mano dietro ad essa, senza dimenticarci di una simulazione di “sesso orale” (per non dire altro) in ginocchio di fronte a Krieger durante un assolo.
Nel caos più totale, l’esibizione termina, con Jim che si defila rapidamente nel backstage, non prima di aver dato un ultimo sguardo compiaciuto alla folla da una balconata.
Poche ore dopo, la band sale su un aereo per Caraibi, dove resta per un certo periodo.

Ora contestualizziamo il tutto per capire le conseguenze che quella serata ha portato. Siamo a cavallo tra i 60s e i 70s, e il sistema americano è più che mai bersaglio di continue rivolte e manifestazioni giovanili (ricordiamo che sono gli anni del Vietnam). Erano gli anni in cui essere un’icona ribelle contro gli USA, per i giovani era come benzina sul fuoco. Proprio per questo l’FBI non aspettava che il giusto passo falso di questi personaggi per avere il pretesto di arrestarli. Ecco: la performance di Morrison di quella sera era il pretesto perfetto. Folla violenta e scatenata, incitamenti alla rivoluzione, al controllo del sistema, alla lotta al governo schiavista… Il tutto condito con atti osceni sul palco, “parole sediziose” e “possibili violenze razziali” tra il pubblico (questo recitavano i rapporti dell’FBI). E poi la rapida fuga di Morrison dopo lo show per i Caraibi.
Che le affermazioni dello Sciamano sul palco fossero puro frutto di un mix di teatralità ed eccessi alcolici lo abbiamo intuito tutti, e la “fuga”, per com’è stata definita, era una cosa già prevista da calendario, come semplice vacanza.
Ma per le autorità c’erano le condizioni perfette per incastrare Jim ed emettere un mandato di cattura.

C’è anche da dire che l’agitazione del pubblico e il fatto che ci fosse quasi il doppio delle persone massime per la location, avevano forse generato ancora più caos della performance dei Doors; colpa del booking o no, se Morrison non si fosse volatilizzato immediatamente, probabilmente sarebbe stato arrestato (visti anche i precedenti del caso New Heaven, ma questa è un’altra storia). Infatti a fine marzo, il cantante è stato definito ‘fuggitivo’ dalle autorità, e il mandato di cattura era arrivato addirittura ai servizi segreti militari, nonostante dai rapporti non risulti che Jim avesse compiuto dei crimini così gravi. Morrison era probabilmente un bersaglio predestinato, e addirittura la malsana organizzazione del concerto, volta ad aumentare il caos, sembrava quasi parte del piano. L’ennesimo tentativo di dimostrare che le rockstar fanno male ai giovani e che incitano alle rivolte. E questo episodio non sarebbe isolato. Vi ricordate, per esempio, quando Nixon fece di tutto per fare arrestare Lennon appena sbarcato a New York? Ecco. Era una vera e propria operazione volta a creare dei nemici pubblici come capri espiatori. Resta il fatto che i rapporti dell’FBI non parlano di nessun atto così terribile da smobilitare né la CIA, né tantomeno i servizi segreti militari, e questo parrebbe sostenere la nostra tesi. Nessuno saprà mai effettivamente se questa teoria sia corretta, ma abbiamo ragione di pensare che lo sia, visto il contesto. Una cosa è sicura: tutto quello che ha fatto o detto Jim si è verificato, ed è dimostrato anche da alcune registrazioni.

Il fatto era stato forse l’incidente più grave che la band abbia mai affrontato, ma fortunatamente ha potuto proseguire la carriera, almeno fino alla morte del Re Lucertola.
 

[Clicca qui per la registrazione dell'inizio del concerto]


                                                                                                                                      - Matt

venerdì 2 novembre 2012

Band Profile: How To Destroy Angels

How To Destroy Angels è un progetto che vede protagonista l’instancabile Trent Reznor, mente dei Nine Inch Nails e recentemente autore delle celebri soundtracks di The Social Network (per la quale ha vinto un Grammy) e The Girl With The Dragon Tattoo.

Con gli HDA, Trent è accompagnato dalla moglie Mariqueen Manding alla voce, Atticus Ross (co-autore delle soudtracks succitate), e il designer grafico dei Nine Inch Nails, Rob Sheridan. Il nome del progetto è stato ispirato dall’omonimo singolo della band Coil.
 
Il sound del progetto è molto particolare, oscillando tra il post-industrial e l’elettronica sperimentale, e si discosta nettamente dai NIN, avvicinandosi forse di più agli esperimenti nelle colonne sonore del duo Reznor-Ross.

 Nel 2010 esce il loro primo EP, dal titolo omonimo, che include sei tracks, ed è stato reso disponibile in free-download tramite il sito ufficiale della band, e distribuito anche in forma “fisica”, con una cover differente.

Nella soundtrack di The Girl With The Dragon Tattoo, è inclusa la traccia Is your love strong enough?, che figura sotto il monicker di How To Destroy Angels, essendo cantata da Mariqueen.
Nell’ottobre 2012 la band si ripresenta con il singolo Keep it together, che anticipa l’uscita di An Omen EP, prevista per il 13 novembre. Le tracks incluse in questo EP dovrebbero comparire nell’album progettato per il 2013, per il quale Trent Reznor ha deciso di abbandonare la produzione indipendente, appoggiandosi alla Columbia.
Il video per Keep it together è stato pubblicato su Vimeo il 2 novembre 2012, ecco il link:
http://vimeo.com/52603601
E’ possibile invece scaricare gratuitamente la track, insieme ad alcuni remix alternativi e le canzoni apparse nell’EP di esordio, sul soundcloud della band:
http://soundcloud.com/howtodestroyangels
 
Consigliato per i fans di…  :  Nine Inch Nails ed elettronica sperimentale
Tracce chiave… : A Drowning, The space in between, Keep it together
 

martedì 30 ottobre 2012

Intervista ai Garden of Alibis


Sabato 27 settembre, noi di Newtopia abbiamo partecipato alla seconda Indiescutibile Night, alle Officine Sonore di Vercelli. La serata ha visto come headliners i Garden of Alibis, band di Torino con cui abbiamo avuto il piacere di fare una chiacchierata nel post-show. Con noi ha parlato il Vladimiro, gentilissimo a concederci l’intervista.

NEWTOPIA : Innanzitutto complimenti per la performance, veramente energica e di impatto. Il sound ci ha molto colpiti.

GARDEN OF ALIBIS (VLADIMIRO): Grazie

N: Per iniziare, ti vorremmo chiedere di presentare la band a chi non vi conosce, farci un po’ recap della vostra carriera, come siete arrivati qui, e da quale scena provenite.

GoA: Beh, intanto siamo di Torino, e che dire… Suoniamo penso da dieci anni assieme, insomma eravamo piccolini… E’ inutile dire che vogliamo fare questo nella vita, vi dedichiamo quasi la totalità della giornata, e ritagliamo qualche spazio per andare all’università. Un po’ di mesi fa, a maggio, abbiamo deciso di fare uscire il nostro primo disco: è un disco nato nell’ultimo anno e mezzo sostanzialmente, ma è frutto di una crescita. Ci siamo subito interrogati ovviamente sul da farsi… Saprete tutti che la discografia non esiste più, ma questo non vuol dire che non esista più la musica; non esiste più un certo modo di fare business sulla musica, forse è stato sostituito da un altro, o forse lo sarà, perché il processo è lungo. Questo non vuol dire che ci si debba arrendere. Questa è un po’ forse la cifra nostra. Noi abbiamo deciso di provare a fare un’operazione un po’ diversa sul disco: ci siamo presentati da xL di Repubblica. Siamo andati da loro e gli abbiamo proposto una cosa molto semplice: “Noi troviamo chi riesce a pagarci 10/15 mila copie del disco, possiamo regalarle allegandole alla vostra rivista?”. E’ un mensile, e sostanzialmente chi lo legge si interessa di musica… Loro hanno ascoltato il disco e sono stati entusiasti. A quel punto, colpo di scena, ci hanno richiamati una settimana dopo dicendoci che alle nostre 15 mila copie avrebbero aggiunto 40 mila copie messe da loro, e alla fine ne abbiamo distribuite 50/60 mila… Un numero senza senso, perché di solito uno stampa un disco a casa, e ne può distribuire tipo 500 copie, ma perché le vende, noi invece le abbiamo regalate perché abbiamo deciso di fare un’operazione di diffusione. Da lì è partito qualcosa di bello per noi, perché c’è stata una crescita enorme. Ci hanno chiamato molto per suonare, siamo stati prevalentemente all’estero. Queste sono le prime date che facciamo in Italia, e ne seguiranno quattro o cinque quest’inverno. Tra quest’estate e settembre siamo stati a Berlino (due volte), Bruxelles, Parigi, Glasgow, Londra, Barcellona: ci sentiamo molto cittadini europei, perché alla fine per la musica che facciamo, i capitali investiti nella musica non sono qui, e neanche il pubblico. Questo non vuol dire che il pubblico qui [in Italia, NdR] non possa esserci. Quando vai a vedere band come i Killers o i Mumford and Sons, il pubblico c’è. Forse il problema è che c’è un establishment musicale che non ha ancora capito come fare i soldi con gli spettacoli, dico fare soldi perché quella è una parte fondamentale di questo mondo.


 N: Dunque, parliamo delle vostre influenze, e delle vostre band di riferimento… Da dove prendete principalmente l’ispirazione?

 GoA: Io ti dico cosa ascoltiamo, che noi prendiamo ispirazione o siano veri e propri riferimenti, non lo so, nel senso che questa domanda è sempre molto difficile. Noi cerchiamo di fare una musica il più personale possibile, non so se ci riusciamo, ma comunque ci proviamo. Noi abbiamo ascoltato tanto e sempre i Rolling Stones, David Bowie… insomma musica non “recentissima”; negli ultimi tre-quattro anni,  come “aggiornamento”, abbiamo ascoltato di più cose nuove, tipo i Kings of Leon, i Killers, adesso stiamo ascoltando tanto i Two Door Cinema Club, Mumford and Sons, gli Snow Patrol, i Coldplay tantissimo…

 N: Infatti devo dire che i vostri riff di chitarra mi hanno ricordato molto l’ultimo album dei TDCC, ho percepito un richiamo… Ma il sound è comunque risultato personale…

 GoA: Ecco sono contento, perché poi le cose si sentono, l’importante è non suonare un “canovaccio”, non suonare una musica fatta di parti già pre-confezionate. Noi cerchiamo di essere personali, ma è ovvio che quello che ascolti ti influenza.

 N: Esatto! Parliamo ora dei progetti per l’immediato futuro… Puntate all’Italia o nuovamente all’estero?

 GoA: Abbiamo un progetto fighissimo, che stiamo mettendo in ordine, si chiama “Homeless Tour”, e sarà un tour in Italia nelle case. Non suoneremo nei locali, ma in venti case di venti regioni (venti capoluoghi), e faremo delle feste sostanzialmente private.

 N: Interessante l’idea… Un rapporto ancora più diretto con i fans… Come avete fatto a realizzare questo progetto?

 GoA: i fans di xL, sono moltissimi, ci hanno scritto su Facebook, noi li abbiamo schedati, contattati e abbiamo, in via prima informale, e poi formale, lanciato un contest per candidare la propria casa, per fare una selezione per regione, alla ricerca di qualcosa di nuovo, che possa affezionare veramente il pubblico, piuttosto che il concerto organizzato direttamente dal booking.

 N: Molto bello appunto, come abbiamo già detto, un rapporto diretto con i fans…

 GoA: Più che altro, noi parliamo molto con i fans che ci scrivono, perché è una cosa fondamentale creare un rapporto con loro nell’epoca dei social network.

 N: Un' ultima domanda veloce: una parola per descrivere i Garden of Alibis.

 GoA: Noi siamo prevalentemente affezionati l’uno all’altro, siamo cresciuti insieme, quindi siamo un po’ dei fratelli, viviamo l’arco della giornata insieme…

 N: Quindi potremmo dire “fratellanza”?

 GoA: La fratellanza e l’amicizia sono i due ingredienti fondamentali.


Ringraziamo quindi ancora una volta Vladimiro per la disponibilità, e facciamo un in bocca al lupo ai GoA per il futuro. Un ringraziamento speciale anche a Vinny di indiescutibile.it che ha reso possibile l’intervista.

Garden of Alibis:
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 Indiescutibile.it:
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Newtopia:
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